Commento 124.3

In questo capitolo, Seneca passa a mettere ancora più chiaramente in evidenza i punti di attrito fra la tesi epicurea e il senso comune. A rafforzare l’argomento esposto nel capitolo immediatamente precedente (in cui si affermava che, se fossero proprio i sensi a giudicare del bene assoluto, noi non respingeremmo alcun tipo di piacere), il filosofo dimostra che, sulla base del pensiero epicureo, saremmo di fatto costretti a lodare i codardi (che evitano sempre il dolore) o i golosi e i lussuriosi (che inseguono soltanto il piacere). Ciò, comunque, non avviene nella morale diffusa dei Romani, che qui Seneca sembra ergere a banco di prova delle teorie etiche rivali.

Atqui inprobamus … metu?: la domanda retorica mette in evidenza il tema principale del capitolo. In modo strisciante Seneca vuole mostrare al suo destinatario quanto il pensiero epicureo rischi di mettere in pericolo il sistema di valori condiviso dei Romani. Un argomento simile a quello prodotto qui è in Cic. Fin. III 17.

His enim …arbitrium: con adpetitio fuga Seneca traduce termini ‘tecnici’ dello stoicismo, ovvero, rispettivamente, hairesis (o diôkein) e pheugein, che rappresentano i comportamenti messi in atto dagli esseri viventi allo scopo di acquisire o di evitare qualcosa: cfr. Diog. Laert. VII 104 s.; Inwood (2007, 365), oltre che i passi citt. in Inwood (1985, 240 e nn. 64-5).

[RP, PLC]

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