Commento 124.4

Il capitolo può essere diviso in due sezioni. Nella prima (Sed videlicet… constituit) è ben delineato il ruolo valutativo della ragione. In particolare, i termini videlicet e praeposita sottolineano, come se si trattasse di un’evidenza fisica incontrovertibile, il fatto che la ragione è preposta ‘naturalmente’ alla comprensione e alla classificazione di beni e mali e alla scelta della vita beata (laddove invece i sensi, come si mostrerà poco dopo, appaiono inadatti a questi scopi): cfr. Inwood (2005, cap. 10) e Id. (2007, 366).

Nella seconda e ultima parte del capitolo (Nam… tardior) si passa alla sezione destruens, che ha come obiettivo polemico i sensi, chiamati ora vilissima pars, ora obtunsa res.

Per comprendere la logica della dicotomia costruita da Seneca (ragione vs. sensi), è forse opportuno ricordare che per gli Stoici la passione è un «impulso eccessivo indocile alla scelta della ragione» (SVF III 378) e che è importante «riconoscere che in noi altra è la facoltà che giudica e altra quella che subisce, stando esse nel rapporto di ciò che muove e di ciò che è mosso» (SVF III 384). Ebbene, il fatto di aver da poco spostato l’attenzione sulla morale comune (cfr. comm. ad 124.3), potrebbe costituire una sottile strategia retorica: Seneca potrebbe voler ribadire, sotto traccia, che l’ambito dei sensi è costituito non tanto dal bene in sé, quanto piuttosto da quei movimenti deteriori dell’anima che sono gli adfectus, ovvero il piacere, che è una “esaltazione irragionevole”, il dolore, che è una “depressione irrazionale”, la paura, che è un “ritrarsi irragionevole”, e il desiderio, che è “impulso non retto dalla ragione” (SVF III 391). In altri termini, Seneca potrebbe voler suggerire implicitamente che affidare ai sensi la funzione di kriterion sarebbe una scelta perversa, proprio perché costringerebbe l’uomo a cedere rovinosamente alle passioni (e a indulgere in vizi che sono implicitamente presentati come contrari alla morale romana).

L’ultima sezione di questa seconda parte (in homine… tardior) è caratterizzata anche da un paragone esplicito fra gli uomini e gli altri animali in relazione alle percezioni sensorialiSeguiamo Inwood (2007, 366) nel mettere in evidenza i punti salienti dell’argomento che Seneca starebbe qui utilizzando:

  • I nostri sensi sono meno acuti rispetto a quelli degli altri animali;
  • gli altri animali non riescono ad avere nozione del bene;
  • da qui deriva l’assunto che gli altri animali si basano sui sensi proprio perché privi di ragione e, di conseguenza, che i sensi degli altri animali non possono cogliere il bene e non possono approdare alla vita beata;
  • dal punto 1 e dal punto 3 segue che i nostri sensi non possono cogliere il bene;
  • dunque, se noi possiamo cogliere il bene non è per mezzo dei sensi. E dunque, se non è per mezzo dei sensi, deve essere per mezzo della ragione.

illa quemadmodum: si segnala qui un problema testuale. Tutti i MSS leggono illi (che non è sintatticamente sostenibile). Illa è una congettura di Haase, seguita dagli editori moderni, cui qui ci appoggiamo: cfr. Gummere (1917-25, ad l.) e Reynolds (1965, ad l.).

de vita beatail contesto sembra supportare la scelta di Madvig, che legge de vita beata laddove i MSS riportano ora debeat deb(v)ita, ora debeat de vita: cfr. Gummere (1917-25, ad l.) e Reynolds (1965, ad l.).

[CD, PLC]

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